Ci sono buste che si aprono con un sospiro e buste che si aprono con le mani che tremano.
La cartella esattoriale Equitalia appartiene alla seconda categoria. Anche oggi che quel nome è sparito dalle intestazioni e al suo posto c’è scritto Agenzia delle Entrate-Riscossione.
Gino, un uomo che per anni aveva lavorato in una multinazionale guadagnando bene e senza mai un problema, se n’è vista arrivare una con dentro una richiesta da 260.000 euro, da pagare con un bollettino postale.
Me lo ha raccontato nella nostra sede di Treviso, ancora incredulo dopo tanto tempo. Come se gli avessero chiesto di saldare una bolletta da quaranta euro.
Il debito di partenza, quello vero, era di circa 90.000 euro.
Quando la sua storia è arrivata sulla mia scrivania, quei 90.000 euro erano diventati 504.000.
Conosco quella busta perché l’ho vista arrivare in centinaia di case. E conosco bene anche il gesto che viene subito dopo: metterla in un cassetto, rimandare, sperare che qualcuno si sia sbagliato.
Purtroppo la cartella non sparisce nel cassetto, ci cresce dentro.
Chi cerca “cartella esattoriale Equitalia” di solito ha quel foglio sul tavolo e due domande in testa: “che cos’è questa cosa?… cosa mi succede se non riesco a pagarla?”
In questo articolo rispondo a entrambe senza giri di parole, e lo faccio insieme a Gino.
Nessuna spiegazione tecnica vale quanto la storia di un uomo che quella strada l’ha percorsa tutta. Dalla prima busta fino alla sentenza che lo ha liberato dal 93% dei suoi debiti.
Cos’è una cartella esattoriale di Equitalia, e perché oggi la firma l’Agenzia delle Entrate-Riscossione
Partiamo da una cosa che confonde quasi tutti: cartella esattoriale e cartella di pagamento sono la stessa cosa.
“Cartella di pagamento” è il nome ufficiale, quello stampato sul documento. Mentre “cartella esattoriale” è il nome che le abbiamo dato noi, perché per decenni a mandarla era l’esattore.
Dietro ogni cartella ci sono sempre due soggetti ed è importante distinguerli.
Il primo è l’ente creditore, cioè chi sostiene che tu gli debba dei soldi. Può essere l’Agenzia delle Entrate per un’imposta non versata, l’INPS per dei contributi, un Comune per una tassa locale, la Regione per il bollo auto, o la Prefettura per una multa.
Il secondo è l’agente della riscossione, che quel debito non lo ha deciso ma ha il compito di incassarlo, e che per farlo ti notifica la cartella.
Per anni quell’agente si è chiamato Equitalia, un nome che in Italia ha finito per evocare paura più di qualunque altro.
Dal 1° luglio 2017 Equitalia non esiste più, e al suo posto c’è l’Agenzia delle Entrate-Riscossione. Un ente pubblico legato all’Agenzia delle Entrate.
È per questo che oggi in tanti cercano “cartelle Agenzia delle Entrate” convinti che si tratti di qualcosa di diverso, mentre hanno in mano esattamente quello che i loro genitori chiamavano cartella Equitalia.
Lo dico con un po’ di amarezza: è cambiata l’intestazione, non la sostanza.
La logica è rimasta quella di sempre, con gli stessi interessi che corrono, le stesse sanzioni e gli stessi strumenti per recuperare il credito.
Le cartelle di Equitalia mai pagate non si sono dissolte con il cambio di nome. Sono passate al nuovo ente, che le gestisce come se fossero state emesse ieri.
Capire chi è il creditore e chi è l’esattore non è un esercizio da manuale, perché ti dice subito una cosa fondamentale: chi ti chiede i soldi non è chi ha deciso che li devi.

Come arriva e cosa c’è scritto: leggere la cartella prima di averne paura
La cartella non arriva mai dal nulla, anche se a chi la riceve sembra sempre così.
Quasi sempre è l’ultimo anello di una catena iniziata prima. Una dichiarazione controllata, un avviso di accertamento, una comunicazione dell’ente creditore rimasta senza risposta, a volte una lettera che non si è nemmeno vista arrivare.
Nel caso di Gino tutto era partito da un controllo incrociato sulle fatture, ma lui lo avrebbe capito solo dopo.
La cartella viene notificata con raccomandata con avviso di ricevimento o tramite PEC, se ne possiedi una, e da quel giorno iniziano a decorrere i termini.
Il primo consiglio che do a chiunque è di aprirla e leggerla per davvero, perché la paura si alimenta di quello che non sai.
Nelle prime pagine trovi il numero della cartella, che ti servirà per qualunque richiesta, pagamento o contestazione.
Poi c’è l’ente creditore, che ti dice da dove nasce il debito, insieme al tipo di tributo e all’anno a cui si riferisce.
È lì che scopri se si tratta di IRPEF, di IVA, di contributi INPS, di un bollo auto o di una multa dimenticata.
Infine c’è l’importo, diviso in voci: la somma originaria, le sanzioni, gli interessi e gli oneri di riscossione.
Quella divisione è la parte più istruttiva di tutte, perché ti mostra quanto del totale è debito vero e quanto è il prezzo del tempo che passa.
Per pagare hai di regola 60 giorni dalla notifica, e nello stesso documento sono indicati anche i termini e l’autorità a cui rivolgerti se ritieni che la cartella sia sbagliata.
Una cartella però racconta un solo pezzo della storia.
Se vuoi sapere quante ce ne sono a tuo nome, comprese quelle che non ricordi o che non ti sono mai arrivate in mano, devi guardare la tua situazione debitoria con Equitalia nel suo insieme.
La storia di Gino: da 90.000 a 504.000 euro
Gino viene dalla provincia di Chieti, e la sua storia comincia nel modo in cui nessuno immagina che possa cominciare una storia di debiti.
Lavorava per una multinazionale, guadagnava otto milioni di lire al mese, aveva auto e telefono aziendali e trattava con alcuni dei marchi più importanti del mondo.
Quando quel rapporto è finito ha fatto quello che fanno tante persone capaci: ha aperto una partita IVA e ha messo la sua professionalità al servizio delle aziende.
Tre mesi dopo era sotto un trattore, con la macchina distrutta e una gamba rotta.
Un anno e mezzo fermo, con l’attività appena avviata, le spese che correvano e nessuna copertura assicurativa, né pubblica né privata.
Poi, appena rimesso in piedi, si è spaccato anche una mano lavorando vicino a un tornio.
È ripartito in salita, con la clientela da ricostruire, qualche debito arretrato e qualche F24 rimasto nel cassetto, ma è ripartito, e per un periodo le cose hanno cominciato a girare bene.
Per reggere il carico si era affidato a una collaboratrice che lo aiutava con la parte amministrativa.
Per mesi, a sua insaputa, le fatture venivano dichiarate con uno zero in meno.
Lo ha scoperto quando la commercialista lo ha chiamato per dirgli che risultava incongruente, e poco dopo è arrivato un controllo.
Ne è uscita un’incongruenza di circa 90.000 euro, che lui ha cercato di sistemare senza però riuscire a pagarla.
Poi è arrivata la busta, con dentro la prima richiesta: 260.000 euro.
Gino non ha mai rubato niente a nessuno, ha sempre pagato fornitori e attrezzature di tasca propria, e si è trovato davanti a una cifra che non avrebbe potuto restituire nemmeno in tre vite.
Cosa succede se non paghi la cartella esattoriale Equitalia
Quando i 60 giorni passano senza pagamento, la cartella diventa un debito che cresce ogni giorno, perché agli importi iniziali si aggiungono gli interessi di mora.
Da quel momento l’Agenzia delle Entrate-Riscossione può muoversi per recuperare il credito, e può farlo in diversi modi.
Può mettere un fermo amministrativo sulla tua auto, iscrivere un’ipoteca sui tuoi immobili, pignorare il conto corrente, lo stipendio o la pensione direttamente presso chi te li paga.
Se invece lascia passare più di un anno dalla notifica senza fare nulla, prima di agire deve mandarti un’intimazione di pagamento, e lì i giorni a disposizione non sono più sessanta ma cinque.
Gino ricorda proprio quei cinque giorni, e il ricordo è comprensibile. Nella memoria di chi le riceve, cartella e intimazione finiscono per fondersi in un’unica busta che pretende tutto e subito.
Su cosa succede dopo quei cinque giorni ho scritto un approfondimento dedicato alle intimazioni di pagamento.
Quello che nessuna norma descrive è come si vive dentro questa sequenza.
Gino me lo ha raccontato con una lucidità che fa male. Quando è morto suo padre, la piccola quota di casa che gli spettava è finita sotto pignoramento senza passare dal via.
Con uno stipendio da 1.600 euro, quando arrivava un pignoramento il conto restava bloccato per sessanta giorni e non si muoveva più nulla.
Arrivava a pensare che anche una bicicletta, se l’avesse comprata, gliel’avrebbero portata via.
“Mi sentivo un ladro sbagliato”, mi ha detto, e non era un ladro, era un uomo che non riusciva a pagare.
Ha paragonato quel periodo a una botta sul naso: lì per lì non fa male, poi il dolore cresce, e alla fine non senti più il colpo ma ti logora da dentro.
Ne ho parlato anche raccontando cosa ho imparato in dieci anni di battaglie con Equitalia.
Rateizzare o rottamare: quando la soluzione costa più del problema
Quando una cartella esattoriale diventa troppo grande, le strade che tutti ti indicano sono sempre le stesse: la rateizzazione o la rottamazione di turno.
Sono strumenti seri e funzionano, ma solo a una condizione che nessuno ti ricorda: devi poterle pagare.
A Gino lo hanno spiegato con un numero.
Tramite il commercialista dell’azienda in cui lavorava aveva chiesto di aderire alla definizione agevolata, e la risposta era stata: cinque anni, 3.300 euro al mese.
Lui ne guadagnava 1.600.
“Dovrei chiedere l’anticipo dello stipendio per cinquant’anni”, mi ha detto con un sorriso amaro, ed è difficile trovare una sintesi migliore.
Poi ha aggiunto una frase che mi sono segnato: se avesse avuto 5.000 euro al mese da mettere sul piatto, all’Agenzia delle Entrate ci sarebbe andato da solo, senza pagare nessuno per sentirsi dire una cifra che non avrebbe mai potuto versare.
Il problema è che chi propone queste soluzioni spesso non si chiede se tu riesci a reggerle.
Una rateizzazione costruita su un reddito che non c’è dura qualche mese, poi salta, e quando salta il debito torna tutto esigibile, con gli interessi che nel frattempo hanno continuato a correre: è quello che succede con la decadenza della rateazione.
Le rottamazioni tolgono sanzioni e interessi, ma lasciano intero il debito di partenza, e per chi non riesce a pagare nemmeno quello sono una porta dipinta sul muro.
C’è poi chi aspetta la prescrizione come si aspetta un miracolo, ma è una scommessa che si perde molto più spesso di quanto si creda, come ho spiegato parlando della prescrizione delle cartelle esattoriali.
Pagare un po’ alla volta non è uscire dai debiti, se quel po’ alla volta non ce l’hai.

“Con i debiti verso l’Agenzia delle Entrate non si può”: la sentenza che li smentisce
C’è una frase che sento ripetere troppo spesso, non da persone comuni, ma da professionisti che di mestiere dovrebbero conoscere la materia.
La frase è questa: con i debiti verso l’Agenzia delle Entrate una sentenza positiva non si ottiene.
Ho sentito dirlo persino da chi svolge il ruolo di gestore nelle procedure di sovraindebitamento. Ogni volta mi chiedo quante persone abbiano rinunciato a liberarsi dei propri debiti per colpa di quella convinzione sbagliata.
I debiti di Gino erano quasi tutti verso l’Erario, nati da quella cartella esattoriale e cresciuti fino a 504.000 euro.
Il Tribunale di Lanciano gli ha aperto la liquidazione controllata, una delle procedure introdotte in Italia dalla Legge 3 del 2012 e contenute nel Codice della Crisi.
Il giudice lo ha ritenuto meritevole, e ha stabilito che per 36 mesi Gino metta a disposizione la parte del suo stipendio che non gli serve per vivere, insieme alla quota di casa ereditata dal padre, che comunque sarebbe andata persa sotto i pignoramenti.
Alla fine di quel percorso, i suoi debiti saranno ridotti del 93%.
Quella sentenza è la risposta più semplice a chi continua a dire che non si può. Si può, se la pratica è costruita bene fin dal primo giorno.
Quando gli ho chiesto come stesse adesso, Gino ha usato un’immagine che vale più di qualsiasi spiegazione.
Il tunnel è sempre un tunnel, mi ha detto, ma adesso è tutto illuminato.
I pignoramenti si sono fermati, il debito ha smesso di crescere, e quei tre anni davanti a sé li vede come una passeggiata, rispetto a quello che ha vissuto prima.
Non è un miracolo, e non è un regalo: è una legge dello Stato, applicata da un giudice dello Stato, a favore di un cittadino che lo Stato aveva quasi schiacciato.
Cosa fare quando arriva una cartella esattoriale che non puoi pagare
Se in questo momento hai una cartella esattoriale Equitalia sul tavolo e sai già che non riuscirai a pagarla, la prima cosa da fare è anche la più difficile: non metterla nel cassetto.
Leggila, guarda quante altre ce ne sono a tuo nome e fatti un’idea onesta di quanto pesa davvero il tuo debito.
La seconda cosa è non firmare niente per disperazione.
Gino l’ha detto chiaramente: quando sei schiacciato rischi di accettare soluzioni che poi ti fanno pentire, perché ti sembrano l’unica via d’uscita e invece peggiorano tutto.
La terza è smettere di pagare chi ti vende analisi e pareri per poi lasciarti con una rata impossibile.
Per lui la differenza l’ha fatta una telefonata gratuita: se c’erano i presupposti si andava avanti, altrimenti amici come prima, senza aver speso un euro.
“Provare non costa nulla”, ripete oggi a chi gli chiede consiglio, “ma bisogna volerlo, come chi decide di smettere di fumare”.
Gino non avrebbe mai immaginato di trovarsi con mezzo milione di debiti, e nemmeno io, quando ci sono passato.
Nessuno è al riparo, ed è per questo che chi ha debiti che non riesce a pagare non deve vergognarsi di chiedere aiuto.
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Quella busta può ancora essere l’inizio di un’altra storia.
Buona vita!
Gianmario Bertollo





